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Dopo nove anni, due Machete e un Planet Terror, la coppia Rodriguez-Miller si ricompone. Lo fa sfornando un sequel, Una donna per cui uccidere, che ripropone le atmosfere noir anni ’40 e gli sfondi digitali del primo Sin City. Puntando sulla stessa tecnica – il green screen – che aveva reso il film del 2005 un pioniere di un modo di fare cinema che forse ancora oggi conserva ampi margini di innovazione. La chiave vincente di A dame to kill for è data proprio dal duo che ritorna: Rodriguez ci mette tecnica ed esperienza, smette di fare il cowboy e – come nel primo capitolo – si lascia guidare senza remore da Miller, rinunciando alla sua (goffa, a volte) impronta personale.

La Sin City odierna sembra la stessa di nove anni fa, nella sostanza lo è, cambiano però i protagonisti: ci sono ancora Marv (Mickey Rourke), il deformato bodyguard personale di Nancy (Jessica Alba), Gail (Rosario Dawson), gangster della città vecchia e, seppur vivente solo nei ricordi di Nancy, c’è pure Hartigan (Bruce Willis). Dwight è passato dal volto di Clive Owen a quello di Josh Brolin. Per il resto, in un intrecciarsi circolare di quattro episodi, è massiccio turnover: fuori Josh Hartnett, Elijah Wood, Benicio Del Toro, dentro i vari Joseph Gordon-Levitt, Juno Temple, Christopher Meloni.

Poi c’è soprattutto Eva Green. Perché, sostanzialmente, è quando entra in scena lei che Una donna per cui uccidere finisce di essere solo un (piacevole) esercizio di stile e di tecnica e diventa un accattivante noir postmoderno nè pacchiano nè vanesio. Qualche scena notevole la apprezziamo, come il duello Josh Brolin/Dennis Haysbert, l’epilogo con protagonisti Jessica Alba e Powers Boothe o il cameo (il secondo in carriera) di Lady Gaga ma è proprio il capitolo che dà il titolo alla pellicola a valere da solo il prezzo del biglietto, soprattutto per merito di Eva.

La sua Ava è una femme fatale universale ed evocativa, che riporta alla mente le Barbara Stanwyck e Ava Gardner d’annata: i suoi occhi da dea, due buchi neri (verdi) risucchiano le anime dei più duri e inflessibili uomini della Città del Peccato.

Lo rimprovereranno, come il precedente, di poca personalità questo Sin City, incapace di andare oltre la trasposizione fedele all’estremo e quasi asettica del fumetto di Miller: è proprio questo però il pregio dell’operazione di Rodriguez. Prendendo coscienza dei propri punti di forza e dei propri limiti, il compare di Tarantino abbandona le ambizioni da kolossal, anche in termini di durata (si sfiorano appena i 100 minuti), e punta sulla tecnica e sul ritmo, sfornando, alla fine della fiera, un’opera d’intrattenimento in green screen di buonissimo livello, anche migliore del capitolo precedente.

A Sin City, la morte è proprio come la vita: vince sempre.

http://www.youtube.com/watch?v=VO29aKI4yEo

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