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Miglior miniserie tv agli Emmy 2014 e agli ultimi Critics’ Choice Television Awards, candidato ai prossimi Golden Globes nella categoria miglior miniserie/film tv e per i quattro interpreti principali. Basta questo ruolino di marcia per mettersi domani sera comodi a guardare l’ultimo arrivato su Sky Atlantic? Per sicurezza, noi vogliamo indicarvi altri cinque motivi per cui Fargo, liberamente tratto dal lungometraggio di Ethan e Joel Coen del ’96, è di una bellezza disarmante.

1) Un pò Coen Brothers, un pò Breaking Bad

“Non è una serie televisiva. È un film di 10 ore.” Parola di Noah Hawley, uno degli autori. Si è parlato tanto, ultimamente, del concetto di cinema seriale: ecco, se proprio si deve azzardare un paragone – per tematiche e approccio ragionato ma dissacrante – Fargo ricorda la serie più fortunata degli ultimi cinque anni, Breaking Bad. A differenza però del prodotto ideato da Vince Gilligan, è pensata come un’opera più omogenea e legata ai tempi e al linguaggio tecnico del grande schermo.

2) La neve

Quando si parla di rapporto tra cinema e serie tv, non si può prescindere da un elemento tecnico – e poetico – che in Fargo rappresenta uno dei punti di forza dell’intero apparato: la fotografia. Come nel film dei Coen, il Minnesota si fa cornice dei kafkiani eventi che si verificano, e la copiosa neve che invade le strade di Duluth e Bemidji funge quasi da foglio bianco in cui si muovono i romanzeschi – ma mai caricaturali – personaggi.

3) Martin Freeman e B.B. Thornton: quando un hobbit incontra l’uomo che non c’era

Togliamoci il cappello di fronte a chi, in sede di casting, ha scelto Martin Freeman e Billy Bob Thornton, perchè chi è responsabile della loro compresenza sullo schermo, in questo schermo, ha del genio. Un meraviglioso gioco al massacro tra i loro due personaggi, dapprima in squadra (per forza di cose) insieme, poi spietatamente contro, a fianco di un’evoluzione – interiore ed esteriore – del Lester Nygaard di Freeman che seguiamo, un pò come nel caso di Walter White in Breaking Bad, da vicino. Manco a dirlo, Thornton e Freeman si andranno a giocare, insieme ai Matthew McConaughey e Woody Harrelson di True Detective, e al Mark Ruffalo di The Normal Heart, il Golden Globes come miglior attore protagonista in una miniserie/film tv.

4) Il cast. Tutto il cast

Non meno interessante però è la composizione dell’intero comparto attoriale: dal baffuto Bob Odenkirk (Saul Goodman, che presto rivedremo) a Colin Hanks – figlio di Tom – le facce sono tutte messe al posto giusto. Particolarmente brava la semi-esordiente Allison Tolman, nel ruolo che va a ricalcare quello che nel ’96 fruttò l’Oscar a Frances McDormand. Insieme ad Hanks, la Tolman è in lizza, nella rispettiva categoria, per il Golden Globe quale miglior attrice non protagonista in una miniserie.

5) La banalità del male

I cattivi sono sempre piaciuti di più rispetto ai buoni. Un luogo comune, che come tale è spesso vero, che si ripropone in Fargo non solo nelle azioni e nei codici di comportamento dei personaggi, ma anche nell’intero spirito che permea l’opera. C’è, palpabile e costante, una sensazione di esplosività del male, espressa tramite il karma, o per meglio dire, attraverso una tematica che – guarda caso – tanto piace ai fratelli Coen: il destino. Alla fine della fiera, ti ritrovi a fare il tifo un po’ per tutti, perchè sai che tutti, alla fine, come ci raccontava qualche tempo fa James Joyce, saranno cancellati dal bianco che scende sul Minnesota.

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