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Io ho guadagnato fama e quattrini lasciandomi guidare dalla pigrizia. Il mio sorriso mi ha regalato un’anima allegra che non mi appartiene. Il mio destino è un altro: sul vertice dei quarant’anni ricomincerò la mia vita di attore“. Così si ritraeva Vittorio De Sica. Difficile dimenticarne la voce, profonda e piena di personalità, la gestualità che l’hanno reso uno degli attori più amati dagli italiani ma non solo. E quell’attenzione, in tempi in cui il cinema era quello che risentiva ancora della stagione dei “telefoni bianchi” e delle grandi produzioni hollywoodiane, alla realtà scomoda e forte a cui ha dato vita nel “Neorealismo“.

Una delle particolarità di Vittorio De Sica è sicuramente la versatilità mista al talento dell’essere un uomo di spettacolo nel senso più intimo del termine. Attore, sceneggiatore ma soprattutto regista. In pochi come lui sono riusciti a lasciare una traccia così profonda nel cinema e nella cultura italiana tanto che nello scegliere quali film possono considerarsi i suoi cinque capolavori, si mescolano quelli in cui il suo ruolo non è sempre quello di regista.

Blog di Cultura ne ha dunque selezionati cinque.

Ladri di biciclette, 1948

Il film è stato diretto, prodotto e in parte sceneggiato da Vittorio De Sica ed è considerato uno dei capolavori assoluti del neorealismo cinematografico italiano. Inserito nella lista dei 100 film italiani da salvare, la storia offre uno spaccato del secondo dopoguerra dove un’atra guerra, quella della fame, e la ricerca infinita per una bicicletta rubata diventano i motivi principali per cui auto riscattarsi. Il protagonista Antonio trascina così il figlio Bruno nella sua lotta alla sopravvivenza. Dopo l’insuccesso di Sciuscià, causato da un pubblico ancora acerbo e restio alla visione di uno spaccato così scomodo della realtà, De Sica si getta a capofitto nel “ritorno alla realtà” come era stato definito proprio “Sciuscià”, questa volta con la consacrazione parigina che gli apre la strada al successo.

Miracolo a Milano, 1951

Una favola, l’evasione da una realtà troppo crudele, la voglia di sognare un mondo e una vita migliori. Tratto dal romanzo “Totò il buono” di Cesare Zavattini e premiato con il Grand Prix du Festival per il miglior film al 4º Festival di Cannes, ebbe molte critiche. Fra tutte quella di essere più zavattiano quindi più soggetto alle influenze surrealiste. La storia è quella di Totò vittima della sorte ma mai abbandonato da Lolotta che lo segue anche dopo la sua morte. La scena finale del film, quella in cui a cavallo di scope Totò e alcuni barboni si involano da Piazza del Duomo, ha ispirato un altro regista, Steven Spielberg, per la scena dei ragazzini su biciclette volanti nel film “E.T”.

Umberto D., 1952

La storia di un uomo e di una città, dietro alla quale si nascondono l’omaggio di un figlio al padre e l’amore per Roma. La critica lo considerò fin da subito un capolavoro, uno fra i migliori film di De Sica ma dal pubblico rimase freddamente considerato e forse poco compreso. Il dramma di un pensionato che lo rende incredibilmente attuale, si consuma nella sua quotidianità e nella scelta di non suicidarsi per amore del proprio cane e per un primordiale istinto di sopravvivenza. La collaborazione con Zavattini risulta ancora vincente.

Pane, amore e fantasia, regia di Luigi Comencini – 1953
http://www.youtube.com/watch?v=q9M2rgSTA5g

Il film è il primo della tetralogia “Pane, amore, e…” protagonista il maresciallo Antonio Carotenuto, donnaiolo attempato che subisce il fascino di due donne, la Bersagliera, Gina Lollobrigida che vince il Nastro d’argento come miglior protagonista e Annarella, Marisa Merlini. Da ricordare l’interpretazione della domestica Caramella della splendida Tina Pica. Spaccato della vita italiana in provincia, nel dopoguerra, il film è considerato uno fra i 100 film italiani da salvare.

Il generale Della Rovere, regia di Roberto Rossellini – 1959

Nei ruoli drammatici il carisma di Vittorio De Sica riesce a trovare una diversa via per esprimersi in maniera egregia. Nel film di Rossellini, De Sica interpreta Emanuele Bardone, un truffatore, amante del gioco e delle donne al quale il destino riserva una possibilità di riscatto morale. Il soggetto è stato scritto con la collaborazione di Indro Montanelli.

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