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Selvaggia Lucarelli colpisce ancora. La giornalista polemista 2.0 sempre in prima linea per denunciare soprusi, vizi e recidive della società e dello Showbiz nostrani, questa volta attacca Carlo Conti e il suo Sanremo 2016, ritenuto dalla Lucarelli troppo gay-friendly.

Sul palco dell’Ariston ci sono più icone gay che garofani”. E dove sarebbe il problema? In molti se lo sono chiesti, tanto che la signora Lucarelli ha prontamente cancellato questo suo intervento vagamente omofobo e rigurgitante luoghi comuni, per poi renderlo nuovamente visibile dopo la “denuncia” di spetteguless.it.

Qui di seguito riportiamo l’intera dichiarazione di Selvaggia Lucarelli, una sorta di lettera aperta a Carlo Conti:
Caro Carlo Conti, bisogna che io e te facciamo due chiacchiere perché Sanremo arriva una volta l’anno come un cambio di tono della Boschi e ci si lavora nove mesi come per un lifting della Izzo, per cui di fronte al programma annunciato non posso tacere. Non posso non esprimere il mio disappunto che poi è quello di tutte le donne deluse e amareggiate per questa veste spudoratamente gay friendly che hai dato al Festival di Sanremo. Perché va bene una strizzatina d’occhio, va bene accontentare i gusti omo, va bene invitare qualche ospite che sa stendere l’ombretto meglio di me, va bene puntare su gruppi d’ascolto da casa in cui all’apparizione del primo cantante hipster delle nuove proposte tutti vanno a vedere se il tizio è su Grinder, ma qui si esagera. Ci saremmo anche noi donne da accontentare e invece ci dovremo adeguare al gioco di quest’anno che non sarà, come sempre, dare il voto alle canzoni, ma capire tra ospiti e cantanti chi sia gay, chi cripto-gay, chi icona gay, chi gay che si finge etero e così via. Dimmi se sbaglio. Dunque, tra i cantanti in gara e i super ospiti mi hai piazzato Laura Pausini e Patty Pravo che nel mondo “icone gay” sono seconde solo a Madonna. I gay alla Pausini perdonano i jeans elasticizzati su coscia importante e alla Pravo la Pazza idea di tirarsi come la pasta per la pizza, se non è amore questo. Come se non bastasse hai aggiunto Arisa (amatissima dal mondo omosessuale) e Cristina D’Avena, altra icona gay, una che quando canta Memole al Gay village vestita da fatina fa sciogliere il mascara pure al bear col piercing sul capezzolo. Quindi hai deciso di passare a scelte più testosteroniche e hai invitato Renato Zero come super ospite, uno che da qualche decennio racconta di amare le donne e per carità, io gli credo pure come credo che pancione a punta voglia dire figlio maschio e che Formigoni si pagasse le vacanze, ma diciamo che tra lui e Ryan Gosling continua a farmi più sangue Ryan Gosling. Sarà esterofilia, che ti devo dire. Poi, siccome Renato Zero non ti sembrava abbastanza, hai deciso di innaffiarci l’ormone con un altro concentrato di mascolinità: Valerio Scanu. Uno a cui Chiambretti ha domandato: «Ti piacciono gli uomini o le donne?» e ha risposto «Mi piacciono i cani» che voglio dire, non sarà gay, ma per sua ammissione è uno che porterebbe al cinema più volentieri un pastore tedesco che una donna. Io te lo dico. Qui è roba da rimpiangere l’ormone doc extravergine con spremitura a freddo di Al Bano Carrisi che siamo onesti, sarà un po’ ruspante, sarà ruvido come il tronco di un ulivo di Cellino, ma ha sempre avuto l’aria del maschio che la sera, prima di addormentarsi, la sora Romina la faceva cantare molto meglio che nel Ballo del quaqua“.

Cosa possiamo aggiungere? Selvaggia Lucarelli non ha bisogno del nostro intervento per esprimere ciò che pensa. Certo una piccola chiosa è d’obbligo: dopo la polemica veterofemminista contro Zalone (“non è che sc****o poco è che ci sc****e male“), la Lucarelli porta avanti la sua crociata sostenendo che le donne italiane abbiano il diritto di “venire soddisfatte” anche sul palco di Sanremo. E allora ci chiediamo, sorvolando sul suo tono ironico e scanzonato (per rimanere in tema Sanremo), cosa intenda Selvaggia quando dice “Ci saremmo anche noi donne da accontentare“.

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