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Che ormai il livello delle serie tv non abbia niente da invidiare a quello cinematografico lo si sa da tempo, che poi addirittura possa superarlo è raro ma non così tanto soprattutto se si parla di un prodotto come Fargo. Nata da un’idea dei geniali fratelli Cohen, la serie tv al debutto in chiaro sul digitale su Rai 4, richiama le atmosfere e luoghi della pellicola, ma si basa su una storia del tutto originale, che ruota attorno all’istrionicità dei due grandi attori protagonisti.

Se il personaggio di Freeman compie una straordinaria metamorfosi di episodio in episodio, da impacciato impiegato di un’agenzia di assicurazione in un piccolo paesino di provincia, a spietato e cinico calcolatore in grado di depistare polizia ed Fbi e di sacrificare chi gli sta vicino pur di cavarsela, è forse però il personaggio di Thornton quello che resta maggiormente impresso, un mix di atroce ma affascinante spietatezza e mancanza di empatia. I suoi sorrisi ricalcano in pieno quella sensazione di surrealismo tanto caro ai Cohen, ed è difficile se non impossibile non affezionarsi a lui nonostante ricalchi in pieno la figura dell’antieroe.

Ma l’aspetto forse più straordinario della serie sta nella perfetta coralità della storia; ogni episodio segue in parallelo alle gesta dei due, quelle della poliziotta che prova a ricostruire impensabili scene del delitto. Un’atmosfera anti poliziesca, detective goffi e infinitamente distanti dall’ideale di perfezione a cui si è abituati a vederli altrove.

E poi una comicità grottesca che riesce però a non stridere con gli ambienti volutamente dark e glaciali presenti in ogni scena girata all’esterno. Fargo insomma non è una serie facile da seguire, non ha gli ingredienti tipici del successo, e non strizza l’occhio al grande pubblico. Ma che abbia avuto un tale riscontro nonostante ciò è simbolo che la qualità a volte paga. E non è poco.

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