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Presentato in anteprima alla trentaquattresima edizione del Fantafestival il secondo capitolo dedicato all’antefatto del celeberrimo Il Pianeta delle Scimmie.

Per la regia di Matt Reeves, Apes Revolution entra nel vivo del contrasto Scimmie – Umani, in un contesto post apocalittico dovuto alla diffusione da parte del virus T113 che ha causato la quasi totale estinzione del genere umano. Piccole colonie di superstiti vivono in città semidistrutte e con l’assenza quasi totale di corrente elettrica: ai limiti della sopravvivenza.

In questo quadro spettrale si interseca la vicenda di Malcolm che sconfina nel territorio delle scimmie guidate da Cesare per cercare di rimettere in funzione una vecchia diga ostruita per avere corrente elettroca al fine di contattare altre colonie di superstiti.

Siamo al cospetto di un film connotato da una forte caratterizzazione psicologica dei personaggi, Malcolm infatti è uno degli umani che Cesare riuscirà a considerare “buono”, mentre Koba – il bonobo sfregiato dagli esperimenti scientifici degli umani che si vedono ne “L’alba del pianeta delle scimmie” – non riesce a dimenticare quanto subito e cova un rancore talmente radicato che arriverà persino a comportarsi nei confronti della sua stessa comunità come un essere umano incattivito. Umanizzazione in negativo che porterà ad un’evoluzione inaspettata della vicenda.

Tuttavia il finale rimane molto aperto, così tanto da costituire già l’inizio del terzo film, soluzione che lascia la suspance, ma che fa sì da far risultare il film un’opera non conclusa.
Apes Revolution, forse proprio per dare maggiore risalto all’aspetto psicanalitico dei personaggi presenta una narrazione che risulta lenta, nonostante il genere sia d’azione e il film costellato di combattimenti: non ci sarebbe insomma da stupirsi se durante la proiezione vi possa venir fuori uno sbadiglio.

Come detto precedentemente il tema centrale che il regista va a sviluppare in Apes Revolution è quello dell’affetto di Cesare per gli umani, perché allevato da uno di loro ed avendo comunque vissuto in una condizione di felicità nella sua infanzia con Will, alla fine non potrà dimenticare il bene ricevuto. L’antagonista per eccellenza in questo caso diventa proprio Koba, il quale sembra essere diventato più umano degli umani perché arriva ad uccidere un suo simile, pratica che nel regno animale è contro natura e connota segni di civiltà rispetto all’uomo. Questo allontanarsi dalla natura animale genera una – a quanto pare solo momentanea – alleanza tra umani e scimmie ribelli per la lotta contro Koba.

Da notare che le stesse scimmie, una volta armate di tutto punto, iniziano a ragionare con la stessa crudeltà degli uomini, quindi quella violenza dettata da una logica razionale e non quella istintiva di legittima difesa, anche se Koba tenta di ingannare tutti giustificando il suo intervento al fine di tutelare la sua comunità.

Da un punto di vista tecnico notiamo che viene utilizzata la tecnica del Motion Capture, ovvero effetti speciali dal risultato piuttosto naturale, che certamente conferiscono maggiore espressività ed emotività ai personaggi creati virtualmente. Il risultato è una netta antropomorfizzazione delle scimmie. La sceneggiatura risulta scorrevole, la recitazione buona, ma senza interpretazioni che resteranno negli annali, nonostante la presenza di Gary Oldman nel ruolo di Dreyfus, co-fondatore assieme a Malcolm – impersonato da Jason Clarke – della colonia umana di San Francisco.

In conclusione il messaggio generale che Apes Revolution vuole comunicare è che i buoni ed i cattivi sono ovunque, il germe del male sboccia dovunque. L’amara sentenza nel finale in cui Cesare fa capire a Malcolm che l’amicizia, anche quella più profonda, davanti alla guerra non può bastare. In realtà tutto questo film sembra proprio voler essere una metafora di avvenimenti storici già accaduti, ovvero guerre civili che iniziate pretestuosamente distruggono intere civiltà per la lotta per il predominio invece di costruire alleanze per una sopravvivenza in comune.

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