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«In questi giorni tutte le prime pagine di tutti i quotidiani del mondo hanno l’immagine della banana come simbolo di una rivoluzione antirazzista. Ma non è altro che buonismo: noi, purtroppo, fingiamo di non essere razzisti. La nostra cultura non ha ancora completamente accettato un’altra inferiore, quella che viene dall’Africa

Si aprono con queste parole i pensieri in libertà che Paolo Villaggio ha espresso, senza molti filtri, durante l’intervento di ieri a Radio Capital, a proposito dell’ormai celeberrimo episodio di razzismo che ha visto protagonista il calciatore del Barcellona Dani Alves, vittima del lancio di una banana durante la partita Villarrel-Barcellona di domenica sera. Da specificare, giusto per la cronaca, che il giocatore in questione proviene dal Brasile, non dal continente subsahariano.

«Non è questione di colore della pelle, è una differenza culturale: quello che ha dato il morso alla banana (Dani Alves, ndr) l’avrà fatto per fame. Noi europei, i sacerdoti, gli stessi santi hanno sempre fatto finta di essere più buoni di quanto in realtà lo siano

L’attore ligure prosegue abbozzando una quantomeno grossolana lettura sociologica del razzismo negli USA: «Ricordo che quando girai un film con Nanni Loy, Sistemo l’America e torno, un’opera contro il razzismo, l’attore nero (Sterling Saint Jacques) mi disse: La cosa che più mi infastidisce è sentirmi dare la mano con finta amicizia. In America i rapporti con la gente di colore, fatta eccezione per Obama, sono ancora improntati verso una leggera forma di ipocrisia

Non sono certo le prime dichiarazioni discutibili rilasciate da Villaggio, che pochi mesi fa aveva raccontato al Secolo XIX di essersi dedicato, in gioventù, insieme all’amico Fabrizio De Andrè, al lancio di pietre contro gli omosessuali, portatori, a suo dire, di un’anomalia genetica.

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