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Il Re dell’horror tende a venire bistrattato dalla blanda critica letteraria che lo taccia spesso come un semplice autore di bestseller e scrittore commerciale. Chiunque faccia una affermazione del genere, sicuramente non ha letto nemmeno una pagina del mitico Re.

La scrittura di Stephen King è infatti tutt’altro che commerciale o vuota come il blockbuster da libreria che conosciamo; King scrive in modo complesso, muovendosi all’interno di uno stile pieno di digressioni, di un utilizzo articolato del linguaggio così come di quella pura sincerità e quel “non ingannare il lettore”, che è un vero marcio di fabbrica del Re.

Basta leggere il breve (per la media dell’autore), Carrie, prima pubblicazione di Stephen, per capire quanto questo scrittore possa annoverarsi tra i grandi della letteratura. Ci troviamo infatti di fronte a un ritratto intimistico e geniale, che, come avverrà nelle opere successive di King, mette l’umanità e il suo dramma in primo piano e l’orrore come semplice sfondo delle vicende, necessario, importante, ma non il vero cuore della narrazione.

Ed eccoci arrivare al monumentale IT, opera che ha consacrato l’autore all’olimpo della letteratura, opera ancora una volta bistrattata e criticata forse da chi, più che genuinamente critico, prova invece semplice invidia per un autore che riesce a fare letteratura e vendere milioni di copie. IT strappa la parola stessa “letteratura” dai salottini degli intellettuali, portandoci all’interno di un romanzo corale dove la natura umana emerge in modo travolgente, dove l’orrore più profondo sembra celarsi nella vita quotidiana, nei piccoli orrori della nostra psiche, nella malinconia, nelle vite che non abbiamo scelto.

Un capolavoro, mastodontico e sfaccettato che racconta la vita di una miriade di personaggi in grado di tratteggiare un ritratto straordinario dell’umanità, della gioventù, delle corse in bicicletta a rotta di collo così come dell’oscurità che attanaglia l’anima dell’uomo e del mondo.

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