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Non è facile omaggiare il lavoro di un artista che è stato poeta, sceneggiatore, ma soprattutto attore per cinema, tv e teatro (il suo primo amore) come Massimo Troisi. Qualsiasi tentativo finisce inevitabilmente per esser parziale rispetto alla ricchezza e genialità dell’opera di quest’uomo semplice, timido, impacciato nelle parole che ha lasciato un segno indelebile nel panorama culturale italiano. Vent’anni dopo la sua morte, una morte che ha lasciato un vuoto ancora non colmato, forse perché impossibile da colmare tale è la sua statura artistica, proviamo a rendere omaggio al nostro Massimo, ripercorrendo le tappe salienti della sua carriera.

Nato alle porte di Napoli da padre macchinista ferroviario e madre casalinga, sfida la volontà dei genitori che lo avrebbero voluto geometra. Inizia la sua carriera al teatro parrocchiale della Chiesa di Sant’Anna, e da lì cresce e si evolve, fino ad approdare alla collaborazione con Lello Arena ed Enzo Decaro, con i quali forma I Saraceni, il cui nome verrà successivamente cambiato in La Smorfia. La Smorfia fa proprio riferimento a una classica abitudine delle popolazioni del Suditalia, nella fattispecie dei napoletani, al modo di risolvere i propri guai: giocare al lotto sperando di azzeccare un terno secco, a partire dai numeri “smorfiati”, interpretati cioè dai propri sogni o da fatti quotidiani, e tradotti quindi in numeri da giocare. Quella che segue è una clip tratta da Non Stop, programma televisivo che assieme a La Sberla e Luna Park segna lo sbarco in tv di Troisi. Lo sketch vede Troisi e Arena rivolgersi a San Gennaro, tra le difficoltà della disoccupazione e l’arte di arrangiarsi e invocare l’intercessione del santo patrono.

«Eccomi qui, io sono sua maestà il Napoletano normale. Nessuno se lo aspettava un napoletano timido, che parla sottovoce. Forse per questo faccio ridere» dice di sé Massimo, parlando di quella difficoltà a parlare, quel modo di fare impacciato che è diventata la sua cifra stilistica. Una afasia che lo fa risaltare ancora di più in un ambiente in cui l’arroganza, invece, la fa da padrona. Si esprimeva in un napoletano antico e dolcissimo; viene costantemente paragonato a De Filippo e Totò, affermazioni da cui però prende sempre le distanze, forse per una modestia vera, non costruita, perché sentiva il peso del paragone con tali enormi personalità.

La sua prima prova cinematografica è Ricomincio da tre (1981). Scritto con la compagna Anna Pavignano, incassa più di 14 miliardi. Il film è la rappresentazione dell’esperienza personale dell’attore, del non fare quello che gli altri hanno deciso per te. Nel film infatti il padre di Gaetano gli impone di fare il geometra, mentre lui abbandona tutto e parte. Nella scena che segue, Massimo Troisi e Lello Arena sono alle prese con le citazioni colte, con esito esilarante.

La carriera prosegue col pluripremiato Scusate il ritardo (1983): il titolo è un doppio riferimento, al tempo passato dal film precedente del 1981 e agli strani tempi dell’amore. L’estratto che segue vede il protagonista declinare l’invito del prete alla visita di una Madonnina piangente.

Non ci resta che piangere è sicuramente un tassello importante nella produzione di Troisi, che affiancato da Roberto Benigni sia in fase di scrittura che di regia, approda al cinema l’anno seguente, nel 1984. L’allora assistente alla regia Marina Spada rivela dei dettagli interessanti riguardo le riprese del film, che la dicono lunga sul modo di lavorare di questi due grandi artisti: «Del film non esisteva una sceneggiatura. Questo significava che ogni giorno Troisi e Benigni si inventavano i dialoghi di sana pianta. Ricordo perfettamente che uno dei miei compiti era stare con loro nella roulotte mentre – ridendo a crepapelle – si creavano le battute che io dovevo trascrivere e poi consegnare alla segretaria di produzione». Tra le numerosissime scene del film che sono letteralmente passate alla storia, vi riproponiamo quella della stesura della lettera al Savonarola, che vede Benigni e Troisi nella veste di due strampalati redattori.

A seguire Le vie del Signore sono finite (1987) e la collaborazione col regista Ettore Scola: Splendor (1988) e Che ora è? (1989), in cui lo vediamo recitare a fianco di Marcello Mastroianni, che varrà ai due la Coppa Volpi alla Mostra di Venezia, e Il viaggio di Capitan Fracassa (1990). L’ultima regia di Troisi è rappresentata da Pensavo fosse amore… invece era un calesse (1991), di cui è anche sceneggiatore oltre che protagonista insieme a Francesca Neri e Marco Messeri.

Stava già molto male quando, diretto da Michael Radford, gira Il Postino (1994). Talmente male che riusciva a fare soltanto un’ora al giorno e per lo più primi piani. Ma non ci avrebbe mai rinunciato a quel film liberamente ispirato al romanzo del cileno Antonio Skàrmeta, sulla storia dell’amicizia tra un postino semplice e genuino e il poeta Pablo Neruda (Philippe Noiret), e di come questi lo aiuterà a conquistare il cuore della bella Beatrice (Mariagrazia Cucinotta): «Voglio fare questo film con il mio cuore», aveva dichiarato a chi lo desiderava operato d’urgenza per un trapianto a Houston. Nella scena seguente assistiamo al momento in cui l’umile portalettere comunica al suo amico poeta di essersi innamorato.

Ma negli Stati Uniti non ci è mai arrivato: appena finito di girare Il Postino, il 4 giugno 1994, Massimo, dopo pranzo a casa di una delle sue sorelle, va a stendersi sul letto perché si sente affaticato. In quel momento una morte prematura, ingiusta che ci lascia ancora con l’amaro in bocca ce lo porta via all’età di 41 anni. La sua opera ha lasciato un segno indelebile in noi e sarà sempre parte preponderante della nostra memoria collettiva.

Photo Credits: La Repubblica

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