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Abbiamo scommesso sulla rovina di questo paese e abbiamo vinto“. La battuta proviene dal finale de Il capitale umano del nostro Paolo Virzì, ma potrebbe agevolmente rappresentare una traccia per leggere, su scala mondiale, ciò che racconta La grande scommessa, opera di Adam McKay (alla prova del nove dopo i due Anchorman e altre commedie) basata sul libro del 2010 di Michael Lewis, The big short: inside the Doomsday machine. Arrivato oggi nelle nostre sale e in pole position ai prossimi Oscar (insieme a Il caso Spotlight, Carol e The Revenant), il film di McKay si sviluppa nell’arco di tre anni, dal 2005 al 2008, anno dell’Apocalisse finanziaria (Doomsday, appunto) del mondo occidentale. La grande scommessa del titolo è quella portata avanti da alcuni broker e mediatori finanziari di Wall Street, capaci di prevedere il crollo e ricavare da questo enormi profitti.

Il primo che si accorge dell’estrema instabilità del mercato dei mutui subprime (concessi con rischio altissimo e tasso d’interesse variabile) è l’hedge fund manager Michael Burry (Christian Bale), che lancia ad alcune banche l’idea di scommettere sullo scoppio della bolla immobiliare creando un mercato di CDS (Credit default swap), che sarà, al momento della crisi, in grado di procurare un’immane quota di ricavi. Uno dei primi a credere alla teoria di Burry è il broker Jared Vennett (Ryan Gosling), a sua volta in contatto con Mark Baum (Steve Carell), trader in perenne conflitto coi pezzi grossi di Wall Street e ancora scosso dai sensi di colpa per il suicidio del fratello. Sullo sfondo, c’è la scalata di due giovani imprenditori, Jamie Shipley (Finn Wittrock) e Charlie Geller (John Magaro), anche loro attratti dalla teoria di Burry: a dargli una mano sarà il broker in pensione Ben Rickert (Brad Pitt).

Michael Burry/Christian Bale in una scena del film
Michael Burry/Christian Bale in una scena del film

La grande scommessa è un film estremamente ambizioso, sin dal soggetto. Affrontare l’avvenimento economico più importante degli ultimi decenni, che produrrà chissà per quanto tempo ancora i propri effetti, è già di per sé impresa non da poco. Il coefficiente di difficoltà aumenta se McKay sceglie di farlo adattando per lo schermo un libro difficile da rendere, quello di Lewis, e applicandovi una patina di crudele ironia. Il risultato – se è lecito un gioco di parole – è un film difficile, che sembra facile, e che infine è davvero difficile. La struttura a episodi che si incastrano tra loro, unita a una sceneggiatura basata su un lessico estremamente tecnico (come potrebbe essere altrimenti?), sottopone lo spettatore a un piccolo tour de force di cifre, sigle e istituzioni che richiede concentrazione massima. Tutto questo viene in parte mitigato dalla connotazione pop che McKay fornisce alla sua opera, dalla colonna sonora ai cameo stranianti di Margot Robbie e Selena Gomez: è tuttavia oltre le crudeli cifre di cui il film è infarcito che è possibile scorgere un terzo livello di difficoltà, dato dal’aspetto – in mancanza di un termine più azzeccato – etico.

Ne è lo specchio Mark Baum, interpretato da Steve Carell, personaggio fino all’ultimo combattuto tra il profitto e i sensi di colpa, un’anima perennemente divisa in due tra i palazzi di Wall Street e la strada. Al contrario di altri ritratti del mondo della finanza, da Gordon Gekko a Jordan Belfort, La grande scommessa racconta dei vincenti, di quelli che hanno fregato il sistema scommettendo sul suo crollo senza però per questo diventare banditi finanziari. La domanda che però McKay e Lewis si fanno è: c’è differenza tra stupido e illegale? Soprattutto, chi pagherà per i milioni di disoccupati e rimasti senza una casa per la pura avidità di un mercato privo di qualsiasi regolamentazione? La sensazione, dunque, non è tanto quella di una facile condanna del capitalismo (e del fare soldi in genere), ma di un certo modo di attuarlo. In tal senso, The big short, per quanto stilisticamente spregiudicato e sorretto da un ritmo altissimo, è più simile al Wall Street di Oliver Stone che al Wolf di Martin Scorsese.

Il film, nonostante qualche traccia di compiacimento, funziona poi anche grazie al cast, bene assortito e ispirato: c’è il ritorno di un riccioluto Ryan Gosling, assente sul grande schermo dal 2013; c’è un Christian Bale freak geniale, con tanto di occhio di vetro e accompagnato da mille tic; c’è un Brad Pitt deus ex machina, il cui peso specifico nel film è simile a quello avuto in 12 anni schiavo; c’è soprattutto uno straordinario Steve Carell, al terzo ruolo drammatico consecutivo (dopo Foxcatcher e Freeheld), che si conferma tra gli attori più sottovalutati di Hollywood.

È anche grazie alla gestione corale di un comparto attoriale ingombrante che la prova del nove, per Adam McKay, può dirsi brillantemente superata.

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