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Ripristinare il passato, mescolarlo col presente e aprire nuove strade per il futuro: è stata questa la filosofia che ha trascinato i Rio nella produzione di “MareLuce”, ultimo progetto discografico della band. Al suo interno i migliori successi del gruppo in attività dal 2004 e quattro nuovi inediti, pronti a far da Caronte ai futuri lavori del complesso. Il front-man, Fabio Mora, ha ripercorso ai nostri microfoni il percorso tracciato dal nuovo album.

Ha molto colpito il significato che avete attribuito alla copertina: è bianca per far sì che sia il pubblico a colorarla.
“Quando mi è stato suggerito il titolo dal mio bassista ancora non avevamo le idee chiare. C’erano in mano degli inediti, ma non l’idea di realizzare un best. Ed è lì, in quel suggerimento, che si è deciso di farlo. Avevo voglia di sintesi. Di cose minimali. Solo il titolo “MareLuce” mi rendeva l’idea di tante fotografie. Spesso sono io a chiedere agli altri il significato che MareLuce ha. Sono affezionato alla copertina bianca. È un modo per dare la possibilità a chi ci ascolta di regalarsi una propria interpretazione o di inserire una propria fotografia all’interno del nostro disco”

copertina

Il filo diretto con il pubblico è un vostro marchio di fabbrica.
“Conosciamo il 70% dei nostri ascoltatori. Per noi è importante confrontarci con chi ci segue. Sono loro il motore della macchina. È grazie a loro che siamo ancora in giro. Raccontiamo semplicemente le nostre storie d’amore, di immaginazione e di viaggi. Ci piace avere un contatto diretto col pubblico sia per mantenere i piedi per terra che per l’utilità, poi, di un confronto”

C’è qualche rituale che contraddistingue il live?
“Nessuna forma di scaramanzia, ma solo una sana incoscienza. Siamo una rock’n roll band. Ci vediamo una settimana prima di partire e cerchiamo di costruire sull’improvvisazione il nostro show. È un modo per tenere alta la tensione. Non ci piace fare il compitino preciso, ma vogliamo farci coinvolgere dal live. Vogliamo sentirci vivi e scuoterci. Può succeder sempre di tutto. Se avessimo una cosa preparata dall’inizio della fine, forse smetteremmo di suonare. Vogliamo sentire il live ed esser stupiti. Per noi salire sul palco è come tornare a casa”

Quali ascolti influenzano la costruzione di un vostro disco?
“Ci piace un po’ di tutto. Lavorando con la musica, è giusto ascoltare di tutto. Io sono onnivoro di musica, la divoro. E la conoscenza di tante cose poi ci porta ad infilare quanti più elementi possibili all’interno dei nostri prodotti. Nei primi anni inserivamo di tutto e magari questo ha creato un po’ di confusione. Diciamo che poi ci siamo stabilizzati e abbiamo solidificato un nostro marchio di fabbrica, pur facendoci sempre impressionare dagli ascolti che facciamo. “Fiori” nasce da tanti ascolti acustici, per esempio. Poi siam voluti ritornare nelle radio e ci siamo riavvicinati ad una fascia di musica americana che in Italia non è ancora arrivata. Qualsiasi cosa possa portare novità all’interno del nostro gruppo, la lanciamo dentro”

Suggestivo anche il testo di “La Precisione”. Come lo racconteresti al pubblico?
“Non lo racconterei (ride n.d.r). Da anni spieghiamo il significato delle canzoni e spesso accade che non sei in linea con chi ascolta. Adoro così tanto sentire una reinterpretazione della canzone che mi dispiacerebbe rovinare i sogni e l’immaginazione di chi le ascolta. Noi lasciamo il bianco, poi ognuno ci inserisce il suo colore”

Avete ripercorso la vostra storia e aggiunto quel qualcosa che può permettervi di aprire nuove porte. MareLuce, in questo senso, è da intendere come un cerchio che va chiudendosi?
“Assolutamente sì. Abbiamo registrato gli inediti 7-8 mesi fa e la fotografia era quella di un momento musicale che vivevamo in quel periodo. MareLuce ha fotografato il momento, però, non il futuro. Anzi, recupera un po’ di passato. Ma adesso siamo già proiettati da un’altra parte”

Che porte si aprono nel secondo decennio dei Rio?
“Spero di avere sempre la forza di fare molto live. Viviamo di questo. Ci piace viaggiare e vogliamo portare lontano la musica dei Rio. Lì ricarichiamo le energie e ci forniamo di nuovi sogni. Dopo due mesi di studio, insomma, due palle (ride n.d.r). Battute a parte, il lavoro in studio è psicologicamente complesso. Più passa il tempo e meno sei convinto di quello che fai. Un dramma, non va mai bene niente. Preferiamo utilizzare una filosofia rapida, istintiva.”

Un po’ rock’n roll.
“Sì, è la filosofia-madre dei Rio. Abbiamo fatto anche noi i nostri viaggi artistici. Siamo sbandati e abbiamo rincorso luci falsate. Quando prevale l’istinto, però, riusciamo a tenere i piedi per terra. La popolarità l’abbiamo raggiunta, ma le cose semplici danno sempre di più”

Siete noti come musicisti solari. Quanto fa la differenza puntare sull’allegria in uno scenario impastato da testi spesso malinconici?
“Vogliamo far star bene gli altri. Vero che la maggior parte delle cose di un certo peso artistico derivano spesso dal dolore e anche io spesso cripto cose dolorose che poi hanno avuto molto effetto sulle persone. Però conosco bene il territorio delle ombre, preferisco far star bene le persone.”

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