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In quanti avrebbero voglia di rimettersi in gioco a 50 anni? In quanti lo farebbero soprattutto dopo aver venduto più di 20 milioni di copie in un’epoca in cui si esalta chi ha milioni di visualizzazioni e di follower sui social senza però aver venduto tanti dischi? Gigi D’Alessio ha avuto questo coraggio accettando di mettersi in gara al festival di Sanremo e di entrare nel cast di “Made in Sud”, un’esperienza tutta nuova per lui.

Nel mezzo c’è anche l’uscita del suo nuovo album, forse il più nuovo nei suoni e il più intimo della sua carriera, quel “24.02.1967” per la cui copertina ha scelto la foto della sua carta d’identità: “È un regalo, un ringraziamento a tutti coloro che mi hanno sostenuto in tutti questi anni, al pubblico, che per me è una grande famiglia. E’ un album in cui ci ho messo la faccia”.

Un disco maturo, bello, in cui emerge tutta l’esperienza artistica acquisita in anni di duro lavoro, quella che al festival di Sanremo in molti non hanno riconosciuto e per cui li si è infuriato nelle settimane successive, soprattutto contro la giuria di qualità formata da Giorgio Moroder, Linus, Andrea Morricone, Rita Pavone, Paolo Genovese, Violante Placido, Greta Menchi e Giorgia Surina.

“A Sanremo non è stato fatto fuori D’Alessio, è stata fatta fuori una categoria di cantanti. – riferisce a “Chi” dopo essere stato eliminato – Qual è la motivazione, quella di far vincere i giovani? Va bene, allora noi serviamo da esca, perché il programma senza di noi non li fa 11 milioni di spettatori”.

Critiche di certo non positive, scaturite da una rabbia addotta da motivazioni più che ragionevoli.

“Se io porto un brano su mia madre mi dicono “Vuoi vincere a mani basse”, se la porta Ermal Meta allora è un grande pezzo”.

Per ora pensa al presente. Lo aspetta un futuro ricco di impegni.

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