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N’artro sacco de spazzatura hanno lasciato ‘sti fiji de ‘na mignotta

È inizialmente indispettita la signora Maria Teresa Lollobrigida, che all’alba del 2 novembre 1975 scorge nei pressi dell’Idroscalo di Ostia qualcosa di informe, adagiato sulla spiaggia. Quel sacco di spazzatura poco dopo si rivelerà essere il cadavere di un uomo: per la precisione, di uno tra i massimi intellettuali del Novecento. Il corpo martoriato di Pier Paolo Pasolini giaceva lì da poche ore, ucciso in seguito a una colluttazione fatale, per cui verrà imputato immediatamente Pino Pelosi, sbandatello 17enne di Guidonia Montecelio, che racconterà poi di essersi solo difeso da un violento abuso sessuale tentato dal più anziano partner. Pelosi, o chi per lui (perché di teorie del complotto in merito ne esistono in quantità), ucciderà di fatto Pasolini passando sopra il suo corpo, ormai inerme, con una Alfa 2000 GT: il cuore di Pasolini esplode letteralmente.

Ecco, per affrontare a 40 anni di distanza Pier Paolo Pasolini è imprescindibile (oltre che intellettualmente onesto) accettare di trovarsi di fronte a un artista che è stato anche intellettuale, che è stato anche uomo; e come tale, fragile e peccatore. Come un altro grande riferimento culturale, Johann Joachim Winckelmann (ucciso due secoli prima a Trieste da un uomo adescato in un’osteria), Pasolini conosce una fine tremendamente squallida e violenta. Eppure, forse nessuno come lui è stato in grado di mettere nero su bianco – così come di imprimere su pellicola – l’oscillazione tra il sublime e l’infimo, il sacro e il profano. Come se fosse necessario toccare il fondo per risalire verso le più alte vette del pensiero.

Pasolini insieme a Ninetto Davoli
Pasolini insieme a Ninetto Davoli

Pier Paolo Pasolini cresce compiendo il giro del Nord Italia, da Bologna, dove nasce nel 1922, a Casarsa della Delizia (nel Friuli dell’amatissima mamma Susanna), locus amoenus in cui trascorre le vacanze infantili e adolescenziali e dove scopre l’umanità selvatica e incontaminata rimpianta fino alla fine. È qui che scopre i primi squilli dell’eros e conosce il primo amore, Bruno. È anche qui che diventa poeta: la prima raccolta di componimenti in dialetto, Poesie a Casarsa, esce nel 1942.

Dopo la guerra, che gli porta via il fratello minore Guido (ucciso a Porzûs), e sempre più umanamente lontano dal’incostante padre, Pier Paolo si sposta a Roma, con l’inseparabile Susanna. Dopo i primi anni, economicamente complicati, il nome di Pasolini inizia a circolare nell’ambiente intellettuale che conta, anche grazie al supporto del grande filologo Gianfranco Contini. Nel ’55 arriva l’esordio in prosa, con Ragazzi di vita, seguito quattro anni dopo da Una vita violenta: opere, manco a dirlo, tormentate dalla censura.

Gramsciano nostalgico e marxista sui generis, Pasolini vive in costante dialettica con le correnti politiche anche a lui affini. Se con il Partito Comunista si oscilla tra amore e odio, verso la Democrazia Cristiana è purissima ostilità. Pier Paolo la definisce il nuovo fascismo, peggiore del Fascismo. Un tentacolo manovrato da una sovrastruttura, il Potere a-storico, in grado di compiere un genocidio culturale negli anni successivi alla guerra. Uno scenario in cui ogni barlume di libertà individuale (il corpo, il dialetto) viene oscurato dall’avanzare della spersonalizzazione dell’individuo e dal trionfo della Massa. Con il rompiscatole Pasolini è effettivamente difficile trovare un compromesso ed è per questo che di nemici se ne trovano sia a Destra (per ovvie ragioni politico-ideologiche), sia a Sinistra, dove viene considerato reazionario.

Pasolini insieme a Gianni Morandi (entrambi tifosi del Bologna)  durante una Partita del Cuore (La Presse)
Pasolini insieme a Gianni Morandi (entrambi tifosi del Bologna) durante una Partita del Cuore (La Presse)

Poco prima dei 40 anni, poi, Pasolini vive la grande – e relativamente breve – storia d’amore con il cinema. Già sceneggiatore, all’alba degli anni ’60 accarezza il sogno di esordire da regista: avrebbe anche uno sponsor formidabile, la casa di produzione Federiz di Federico Fellini. Il cineasta romagnolo, tuttavia, poco entusiasmato dalla tecnica non sopraffina di Pasolini, lo abbandona poi al suo destino. L’uomo della provvidenza si chiama Alfredo Bini, produttore a cui si deve l’uscita di Accattone, nel 1961, seguito l’anno dopo da Mamma Roma. Quella mostrata dal regista bolognese è un’Italia che all’establishment politico dell’epoca non può piacere: è il Belpaese che vive il principio del boom economico, dinamico e ottimista, quello che il mondo deve ammirare, non il desolato teatro di un’umanità ai margini, che si muove senza speranza e fuori dalla Storia, nelle borgate romane.

I capitoli successivi della storia tra Pasolini e il cinema sono semplicemente esaltanti: La Ricotta ( in Ro.Go.Pa.G.), Il Vangelo secondo Matteo (in cui Susanna interpreta la Vergine), la metafora sull’ideologia Uccellacci e Uccellini; per proseguire con la riscoperta del mito, riletto in chiave personale e contemporanea (Edipo re, Medea) e la trilogia della vita (Il Decameron, I racconti di Canterbury e Il fiore delle mille e una notte), riscoperta di un mondo e di un’umanità amati alla follia.

Pasolini sul set di 'Salò o le 120 giornate di Sodoma' (Foto di Gideon Bachmann)
Pasolini sul set di ‘Salò o le 120 giornate di Sodoma’ (Foto di Gideon Bachmann)

Il voyeurismo accanito sulla dinamica e sui responsabili della violenta fine di Pier Paolo ha prodotto migliaia di pagine e opinioni basate perlopiù su complotti e analisi raffazzonate: biasimabile fino a un certo punto tale approccio, tanto spesso è l’alone di mistero che circonda ancora adesso, a 40 anni di distanza, quella notte all’Idroscalo. Si potrebbe pensare a un branco di massacratori (come avrebbe fatto il solo Pelosi a ridurre in quel modo il vigoroso e sportivo Pasolini?), poco importa se fascisti o omofobi; si potrebbe anche pensare a un Pasolini suicida, dopo aver compiuto l’ultima cena con Ninetto Davoli, con al seguito moglie e figlio, stremato per la consapevolezza di un amore impossibile.

Tutto si può dire però dell’ultimo Pasolini, tranne che rappresentasse un uomo al capolinea. Dopo l’abiura della trilogia della vita, che aveva portato all’ineluttabile e devastante Salò o le 120 giornate di Sodoma, il poeta aveva ancora in cantiere Petrolio, romanzo monstre rimasto incompiuto ma edito postumo con numerosissime lacune, e Porno-Teo-Kolossal: un’avventura quest’ultima ai confini del mondo, una estrema allegoria che avrebbe avuto come protagonisti Ninetto ed Eduardo de Filippo, e che trova spazio nel Pasolini di Abel Ferrara, interpretato da Willem Dafoe.

Se ne sono dette tantissime sul Pasolini già morto, da amici e da nemici. Alberto Moravia, rispondendo a Italo Calvino, sul Corriere della Sera definiva l’amico ucciso “un patriota deluso e tradito“. La cosa però maggiormente conclusiva, com’è ovvio, l’avrebbe pronunciata lo stesso poeta, durante il congresso del Partito Radicale tenutosi due giorni dopo la sua morte, attraverso un discorso in cui si sarebbe riproposta la sua anima da pedagogo, ormai disillusa ma niente affatto stanca:

Contro tutto questo voi non dovete far altro (io credo) che continuare semplicemente a essere voi stessi: il che significa essere continuamente irriconoscibili. Dimenticare subito i grandi successi: e continuare imperterriti, ostinati, eternamente contrari, a pretendere, a volere, a identificarvi col diverso; a scandalizzare; a bestemmiare.”

Pensieri sgorganti da un cuore selvaggio, implacabile e irriducibile nelle sue numerose e dolorose contraddizioni. Un cuore che non poteva fermarsi, se non esplodendo.

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