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Non sarà l’amara seconda posizione alla recente corsa all’Oscar con la sceneggiatura de “Il ponte delle spie” (superati da “Il caso Spotlight) a scoraggiare i fratelli Coen, che tornano in pista con la realizzazione di Ave Cesare!, in uscita nelle nostre sale giovedì 10 marzo.

La fedele presenza di George Clooney con i fratelli registi in “Fratello, dove sei?” (2000) e “Prima ti sposo poi ti rovino” (2003) corona il terzo capitolo della “Numbskull Trilogy” in cui il trio si ritrova. Sebbene nel 2008 mancasse la sceneggiatura, le idee erano già chiare dal 2004: George ci sarebbe stato e la trama si basava su un gruppo di attori che negli anni ’20 lavorava ad uno spettacolo teatrale ambientato nell’antica Roma. Il filone narrativo metateatrale (alla Pirandello) si è mantenuto, cambiano alcune linee fondamentali.

I personaggi, ad esempio, sono sempre attori, ma di cinema; l’ambientazione non è più negli anni ’20 ma nella magnifica Hollywood degli anni 50, e a questa ci si ispira per ricreare il funzionamento della grande macchina cinematografica americana e per modellare ritratti assolutamente unici e realistici, basati su personaggi reali.
Il riferimento è a Eddie Mannix, vicedirettore della MGM, di cui i Coen non si preoccupano nemmeno di cambiare il nome: il suo ruolo da tuttofare per le star del grande cinema, in gergo chiamato “fixer”, lo costringerà a coprire le disavventure sporche dei talent, a nascondere la loro esuberante goliardia regalando abbondanti mazzette e a tirare fuori da ogni tipo di problema i suoi clienti.

In Ave Cesare!, durante le riprese di un film ambientato nei primi anni Dopo Cristo, non può essere casuale la citazione del grande Ben Hur: Baird Whitlock (George Clooney) viene rapito dal gruppo del sindacato comunista degli sceneggiatori che sottopagati lo usano come simbolo e merce di scambio della loro rivolta contro Hollywood.

Alden Ehrenreich e Ralph Fiennes in una scena del film
Alden Ehrenreich e Ralph Fiennes in una scena del film

La denuncia del lavoro sottopagato degli sceneggiatori filo-marxisti suona di un’ironia stridente, anche se i fratelli Coen non dimenticano mai, in quanto prima di tutto sceneggiatori, l’importanza di un grande screenplay. Sarà George Clooney in un intervista a ricordare la gerarchia delle parti in un capolavoro cinematografico: “Se non hai una buona sceneggiatura non avrai mai un buon film, punto. Puoi ottenere un film mediocre da una buona sceneggiatura, ma non puoi fare un buon film con una sceneggiatura mediocre. Le linee generali sono sempre le stesse.”
Clooney risponde poi così alla domanda sull’evoluzione del ruolo dell’attore dal cinema degli anni ’50 a oggi: “La tecnologia del mondo de cinema non è cambiata poi così tanto: si adesso ci sono le camere digitali, ma si tratta ancora di luci, non cambia molto quando si tratta di storie”. Al primo posto, dunque, la storia.

Il cast regala davvero 106 minuti di grandi talenti oltre a Clooney, Josh Brolin (Eddie Mannix), Ralph Fiennes, Channing Tatum, Jonah Hill, Alden Ehrenreich (Hobie Doyle) in uno magistrale saggio di cambio di ruolo da attore di film western a damerino da salotto borghese, Scarlett Johansson nella veste di diva splendida e capricciosa.

I coltissimi Coen si divertono a riportare il grande vecchio cinema nel loro grande nuovo cinema, sono tanti i riferimenti a “pellicole di un tempo” indimenticabili: oltre a Ben Hur (1959), La ninfa degli antipodi (1952), Quo Vadis (1951) e Due marinai e una ragazza (1945).
Le riprese del film avevano preso il via a Los Angeles nel novembre 2014, con il plurinominato all’Oscar Roger Deakins come direttore della fotografia, anche lui fedele collaboratore dei Coen. Il box-office non lascia dubbi: uscito in America il 6 Febbraio il film ha già incassato negli USA $ 28.8 milioni e $ 46.6 milioni nel mondo.

Would it were so simple”, in italiano “Vorrei fosse così semplice”. Un tormentone per chi guarda il trailer: sembra un karma, un motto per la concentrazione. Sono invece le parole che deve imparare l’inesperto cowboy (Alden Ehrenreich) quando il suo ruolo si nobilita. Non sembra per lui quella parte da gentleman, costruito, e fiero di sprezzatura “alla Cortegiano” che lo rende un prototipo perfetto dell’attore hollywoodiano vulnerabile e divino. Almeno così ce lo raccontano coloro che di cinema se ne intendono: sembra sia stato semplice per i fratelli registi creare un capolavoro.

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