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Esaltanti, emozionanti, originali.
I Linkin Park, complesso di Los Angeles, sono conosciuti in tutto il mondo. Conosciuti ed apprezzati. Anche qui in Italia, dove il 10 Giugno 2014, a Milano, hanno ricevuto un benvenuto caldissimo da migliaia di sostenitori.

Sarà il loro stile originale, che intreccia due stili distanti come rap e metal. Sarà la varietà presente nel loro sound, nei loro testi. Sarà che alla voce straordinaria di Chester Bennington è difficile resistere, ma il gruppo “nu metal” ha sempre ricevuto critiche positive e premi importanti.

Tra gli altri: due Grammy Awards, la nomina, nel 2003, a “sesto gruppo più grande di sempre” da parte di MTV. E il loro album d’esordio, Hybrid Theory, è disco di diamante (oltre 10 milioni di copie vendute).

E’ l’ennesima sfida complicata per Blog di Cultura.
Già, perché scegliere solamente 10 canzoni dei Linkin Park, etichettandole come “migliori”, non è una passeggiata. Affatto.

10- Pushing me away

Pensare che una canzone con un testo, una musicalità ed una profondità del genere sia solo l’ultima tra le migliori canzoni dei Linkin Park, fa riflettere sull’incredibile potenzialità artistica della band.
Il tema centrale di Pushing me away è la paura. La paura di perdere una persona con cui hai condiviso tanto, tantissimo. La paura di rimanere solo, definitivamente.
Ed è la paura a rendere la menzogna l’unica strada percorribile. E si mente, allora. Ci si mente, ci si nasconde in una bugia. E ci si abitua a mentire, fino a considerare la finzione come realtà. Senza comprendere che “ogni cosa cade a pezzi, anche le persone che non esprimono mai la propria disapprovazione alla fine crollano”.
Vi proponiamo qui una magnifica versione live che dimostra tutte le capacità del cantante, Chester.

9- Papercut

La presenza del nu metal, in questo brano, è fortissima. Ed è proprio quel mix esalante di rap e rock-metal a rendere Papercut una canzone straordinaria.
Perché grazie a quel miscuglio di suoni la melodia, prima ancora delle parole, riesce a trasmettere il messaggio, tarlo della mente che Bennington e compagni vogliono raccontare.
La malinconia, l’inquietudine, l’ossessione che la nostra coscienza ci trasmette, continuamente. E’ quasi come avere una persona, un’altra, dentro di sé. Una persona indipendente, con voce tagliente ed emozioni proprie. Un individuo capaci di farci pesare le scelte sbagliate, gli errori commessi, anche ad anni di distanza. Un sadico pronto a metterci alla prova in ogni momento, in ogni situazione.

8- Somewhere I belong

La sensazione di essere perennemente fermo, immobile, inattivo. il blocco che non ci permette di andare avanti, di voltare pagina. la certezza di avere qualcosa che non va, dentro di noi. Di essere, in qualche modo, malati, “guasti”. E la voglia, incessante ed irrealizzabile, di voler guarire. Di uscire da questa malattia, di guarire una volta per tutte. Di tornare ad avere sensazioni, a vivere, ad essere felici. Ad avere un posto in cui sentirsi a casa.
Il dissidio interiore cantato da Chester Bennington e Mike Shinoda ha un titolo: Somewhere i belong.

7- Waiting for the end

“La parte più difficile della fine è ricominciare”. I Linkin ci azzeccano sempre.
Specialmente se una frase del genere è riferita ad una storia d’amore, di quelle importanti, andata in pezzi, improvvisamente. E come un fulmine a ciel sereno, la rottura illumina e distrugge. Illumina nuove prospettive, nuove strade, nuovi portoni, come cita il detto proverbiale. E distrugge. Distrugge convinzioni, abitudini, sentimenti, certezze. E ci si deve aggrappare a qualcosa che, in fin dei conti, non è nostro. Non ancora.

6- Bleed it out

Elettrizzante.
Questo brano nasce dalla voglia dell’intero gruppo di raccontare il difficile percorso da loro compiuto per arrivare fin qui. Nasce dalla volontà di reagire ad una realtà, ad un mondo che si basa, perlopiù, sulla violenza. Sull’istigazione, sull’antipatia reciproca. E la reazione descritta è, anch’essa, violenta.
Il testo, semplice nella sua profondità, è protagonista di un aneddoto: è stato riscritto da Mike Shinoda un centinaio di volte, tanto che avrebbe dovuto intitolarsi “Re-Fucking Write”.

5- Crawling

La prima volta che ascoltai Crawling lo feci per una ventina di volte di fila. E, differentemente da altre canzoni, non mi ha mai annoiato.
Perché l’insicurezza è qui cantata da una voce potente, ferma. La voce di chi, per arrivare a quella fermezza, a quella consapevolezza, è passato attraverso chilometri di incertezza. E quella sensazione di fastidio, di inquietudine che avvertiamo pubblicamente, quando percepiamo qualcosa che non va in noi, è descritta come sensazione fisica. Come un qualcosa che ci striscia sotto pelle, facendoci rabbrividire, disgustare. E non c’è modo più veritiero, per descrivere il disagio.

4- Breaking the habit

Che sia una dipendenza, un abitudine od un comportamento tipico, si sa, il vizio è complicato da eliminare.
Perciò viene spontaneo, quando si assume l’atteggiamento mentale giusto per perderne uno, enfatizzare l’impegno, l’azione. E con questa enfatizzazione il complesso propone, in questo testo, la difficoltà sempre presente dietro a prese di posizione così grandi, così drastiche. Così importanti.
E perciò, nonostante il crollo mentale che spesso sta dietro al voler cambiare, nonostante i problemi che si incontreranno necessariamente sulla strada della maturazione, portare avanti la decisione è l’unica cosa che importi davvero, per chi non ha più nulla da perdere.

3- What i’ve done

Divenuta celebre per essere stata la canzone più in vista della colonna sonora di Transformers, uscito nel 2007, What i’ve done non è tralasciabile quando si parla delle migliori canzoni della band californiana.
“Quello che ho fatto”, è questa la traduzione letterale del titolo. E da quello che ha fatto, il cantante, vuole allontanarsene. Definitivamente. E per farlo è pronto a compiere qualsiasi percorso di espiazione, qualsiasi azione che valga il perdono della persona di cui ha tradito la fiducia. Ed è pronto a riscattarsi, a cambiare il proprio aspetto, la propria reputazione da bugiardo. Anche e soprattutto per sé stesso.

2- In the end

Storica. Emblematica.
Le parole, le rime di In the end hanno una duplice funzione, un doppio pregio. Da una parte sembrano assecondare l’ascoltatore, sembrano dirgli di non preoccuparsi, che tutti prima o poi vengono presi in giro, trattati come marionette. Che chiunque, un giorno o l’altro, incontra qualcuno capace di tenergli testa, di rigirarlo in ogni situazione. E probabilmente succederà nuovamente. E torturarsi pensando ai modi con cui dovevamo reagire rimarrà comunque inutile.
Dall’altra parte, sull’altra faccia della medaglia, abbiamo parole che dicono l’opposto, o comunque qualcosa di completamente diverso. Abbiamo un messaggio d’istigazione, un consiglio: reagire. Senza tenersi tutto dentro, senza aspettare che sia troppo tardi, per esplodere. Senza farsi troppi scrupoli. Vivere, mantenendo un briciolo di orgoglio e dignità. Di amor proprio.

1- Numb

Per noi di Blog di Cultura non c’è dubbio, è Numb la miglior canzone dei Linkin Park.
Un videoclip perfetto, la voce straordinaria di Chester, la melodia coinvolgente. E quel grido di disappunto, di rabbia su cui si fonda la traccia :“tutto quello che desidero fare è essere più come me e meno come te”. Il grido di chi, affossato da una figura enorme, una figura a cui siamo in qualche modo legati, non riesce a sviluppare appieno la propria personalità. Non riesce a non sentirsi giudicato, messo a confronto con quell’ombra enorme. La stessa ombra che lo ha oscurato così a lungo.
E, una volta resosi conto della situazione, la ribellione è inevitabile. Perché inevitabile è il desiderio di esprimere il proprio, unico “io”.

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