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Era l’estate del 1969. L’Apollo 11 sbarcava sulla luna, i Beatles suonavano sul tetto dell’edificio della Apple. In Vietnam si combatteva una guerra, l’America cavalcava l’onda dell’espansione economica e il rock viveva la sua età dell’oro. In quei giorni d’agosto tutto poteva accadere. E accadde che quello che doveva essere uno dei tanti concerti di provincia organizzato nella cittadina di Brethel a sud ovest di Woodstock nello stato di New York, divenisse uno dei più grandi eventi della storia del rock e del costume.

“3 Days of Peace & Music” così promettevano i manifesti che pubblicizzavano l’evento: un concerto a pagamento in un terreno di 600 acri affittato al fattore Max Yasgur, che con gli organizzatori aveva previsto una presenza massima di 50.000 persone.
Ma nel cuore della tranquilla campagna americana dal 15 al 17 agosto arrivarono in 400.000 o forse più collassando le autostrade, eludendo la sorveglianza, sorprendendo organizzatori e autorità. L’ingresso diventò gratuito e il festival andò avanti nonostante l’inadeguatezza delle strutture igieniche e la pioggia battente terminando un giorno dopo il previsto con la chiusura leggendaria di Jimi Hendrix,nel concerto più lungo e più celebre della sua carriera.

«Tutto nella mia vita e in quella di tanti della mia generazione è rimasto attaccato a quel treno», dirà anni dopo Richie Havens il chitarrista che il 15 agosto di quarantanove anni fa inaugurò Woodstock con la sua “freedom”. Ed era Libertà la parola chiave di quei tre giorni: guardare il mondo dal prato di Brethel era credere nella possibilità tangibile di un cambiamento, quello intravisto nei sogni psichedelici e nelle canzoni di Dylan e Hendrix, significava valicare il confine tra realtà e immaginazione inseguendo la realizzazione di un idea, di un sogno di libertà come mai più sarebbe successo nella storia.

Quarantacinque anni dopo la storia ha smentito l’illusione di quel treno delle meraviglie, forse il mondo è cambiato e ha dato ragione a chi guardava e non capiva la folla di capelloni in mezzo al fango. Ora chi era sotto quel palco sogna una pensione e i figli dei suoi figli hanno dimenticato, o hanno visto fallire troppi sogni per provare a vivere il loro.

Ma qualcosa è rimasto, nonostante tutto, ed è forse nient’altro che un’idea, un modo diverso di guardare il mondo, una presa di coscienza brutale e veritiera con cui si dovrà sempre fare i conti. Un’ultima difesa a quella musica vera, che scuote le coscienze che fa pensare, che fugge dalle imposizioni delle mode e del pensiero unico. Qualcosa è rimasto. Fosse anche solo un’ultima libertà di crederci davvero, che in fondo le idee, prima o poi, il mondo lo possono cambiare.

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