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Charlie Hebdo è e resterà il settimanale più pungente di Francia. In ogni numero non mancano vignette e provocazioni costruite ad arte, come quella contenuta nell’ultimo numero. Protagonista, Aylan, il bambino curdo ritrovato morto su una spiaggia turca, dopo aver tentato invano di fuggire dalla guerra e da una vita troppo complicata.

La sua foto aveva fatto il giro del mondo, commovendo anche i cuori più duri e sollecitando nuove riflessioni sulla pressante questione dell’immigrazione. Il nome del piccolo torna prepotentemente in prima pagina dopo che la rivista francese lo ha reso protagonista di una vignetta, ritraendolo ormai adulto e con la faccia da maiale, mentre insieme ad altri uomini rincorre una giovane. “Cosa sarebbe diventato il piccolo Aylan se fosse cresciuto? Molestatore di sederi in Germania

Il disegno richiama i fatti di Colonia, dove nella notte di Capodanno diversi gruppi di uomini, perlopiù immigrati, hanno commesso violenze sessuali, coinvolgendo centinaia di vittime. L’identità culturale dei molestatori è il dettaglio che più ha colpito l’opinione pubblica: proprio perché stranieri, e soprattutto perché islamici, le polemiche si sono accresciute ancora di più, e sono aumentate ovviamente le discussioni circa l’apertura delle frontiere europee.

Uno schiaffo alla famiglia del bambino curdo, che si trova ancora una volta al centro dell’attenzione. La mossa di Charlie Hebdo, se guardata più da vicino, risulta una vera condanna per l’ipocrisia. Anche Aylan era straniero, quindi probabilmente sarebbe diventato un criminale proprio come i molestatori di Colonia, secondo le logiche razziste. Eppure, quando il bambino era morto, anche il mondo politico contrario all’immigrazione aveva espresso il proprio cordoglio.

La vignetta risulta cruda e pesante, pensata apposta per colpire e far pensare, mettendo da parte i luoghi comuni e il sentito dire. Certo, il principio è corretto, ma probabilmente l’effetto non sarà quello voluto. Riportando sulla rivista la tragedia di Aylan, pochi riusciranno a vedere oltre la strumentalizzazione. Benché volta alla riflessione, questa azione risulta comunque sbagliata. Strumentalizzare la morte di un bambino non è mai la scelta corretta.

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